Ilva, perché a Taranto il diritto può essere messo in discussione?

Il Fatto Quotidiano, 11 dicembre 2017, sezione AMBIENTE & VELENI
di Valentina Petrini, Giornalista d’inchiesta

C’è una strana tendenza nella storia dell’Ilva di Taranto. Appare e scompare dalle emergenze nazionali ma nel perimetro della città tutto resta sempre uguale. E poi c’è la brutta abitudine di cancellare la memoria, quella recente e quella lontana, tanto da far sembrare questa storia sempre nuova ogni volta che viene raccontata, quando invece è sempre identica.

Negli ultimi giorni l’Ilva di Taranto è tornata a fare notizia. Si litiga sul piano ambientale, sulle date di realizzazione degli interventi necessari ed è in atto anche uno scontro di competenze.

L’ex magistrato Gianfranco Amendola, proprio sul suo blog sul Fatto Quotidiano, ha ripercorso le tappe della querelle processuale Ilva. Ricordo che quando nel 2012 leggemmo la perizia dei medici nominati dal Gip Patrizia Todisco, molti di noi non furono sorpresi: 650 ricoveri ogni 12 mesi per patologie cardio-respiratorie. Elevato numero di tumori in età-pediatrica.

Non mi dilungo, è storia. Triste, amara, vergognosa, che ci piaccia o no, è un pezzo di storia di questo paese.

Nel 2012 la magistratura chiamò per nome quello che era sotto gli occhi di tutti: DISASTRO AMBIENTALE. Da allora sono passati 5 anni. Voi che leggete dell’Ilva di Taranto dall’altra parte di casa mia magari penserete che almeno una parte dei problemi emersi siano stati risolti. E invece cosa è accaduto da quel 2012 ad oggi è anch’esso storia: 10 decreti “Salva-Ilva” e non uno “Salva-Taranto”, nessun intervento vero di ambientalizzazione e bonifica è stato concretizzato.

Ci si ammala sempre, si muore ancora e nei giorni di vento forte si resta chiusi in casa. Scuole chiuse.

Dopo l’uscita di scena della famiglia Riva, l’Ilva è stata messa in vendita e il 5 giugno scorso la cordata Arcelor-Marcegaglia si è aggiudicata la partita. Ha vinto il carbone. E’ rimasto escluso il progetto della conversione a gas. Eppure poco più giù, a San Foca arriverà il gas di Tap (ma l’obiettivo primario non doveva essere quello dell’ambientalizzazione? E allora perché tra carbone e gas ha vinto il carbone? A Report la risposta di Calenda che vi consiglio di ascoltare attentamente) .

Il ministro dello Sviluppo Economico a giugno ha firmato il decreto e così gli asset del Gruppo Ilva sono stati ufficialmente destinati alla Am Invesco: 85% Arcelor e 15% Marcegaglia.

Il 29 settembre sulla Gazzetta Ufficiale è uscito il nuovo Piano ambientale, il testo ha modificato il precedente, quello del 14 marzo 2014, che a sua volta aveva modificato i precedenti, decine. I tempi di realizzazione degli interventi urgenti per salvaguardare la salute di cittadini e operai si sono dilatati ancora. Il fantasma della copertura dei parchi minerali che aleggia da sempre si è rialzato sulla città.

E arriviamo così all’ultima settimana. Michele Emiliano ha fatto ricorso al Tar, ha chiesto la sospensiva del nuovo Piano Ambientale nel quale “non sono state inserite le osservazioni degli enti locali” ha detto. “Così facciamo scappare gli investitori” gli ha risposto il Ministro Calenda che in gran silenzio è volato a Taranto, ha incontrato il sindaco e di ritorno a Roma ha annunciato la convocazione di un tavolo dedicato alla città di Taranto, aperto a tutti: Regione Puglia, Comune di Taranto, sindacati e i nuovi acquirenti ArcelorMittal. Sembra abbiano fatto pace anche se non si capisce bene a quale
prezzo.

E invece subito dopo il governo rivendica, in cambio del tavolo, il ritiro del ricorso al Tar presentato da Emiliano “come promesso dal sindaco”, ha detto Calenda. “Il ricorso resta in piedi fin quando non saranno discusse le nostre osservazioni” gli ha risposto Emiliano.

Ad oggi non mi è chiaro se il 20 dicembre il tavolo si terrà, se pace è fatta o se altre carte verranno scoperte nelle prossime ore, o se semplicemente si va verso un accordo già più o meno definito. Ciò che è chiarissimo è che non c’è nulla di nuovo per Taranto. All’orizzonte ci sono ancora nubi e nessun progetto in campo realmente all’altezza del dramma nazionale causato dalla produzione di acciaio.

Lo scorso 8 novembre, l’Antitrust ha aperto un’indagine approfondita sull’operazione di vendita dell’Ilva di Taranto. L’Europa vigila. Il 20 novembre ha chiesto l’uscita del gruppo Marcegaglia dalla cordata formata con ArcelorMittal e la cessione dell’impianto di Piombino da parte della stessa ArcelorMittal. Il piano potrebbe saltare. Eppure su questa cordata si basa l’investimento di governo, tanto da aver già modificato il piano ambientale senza sapere come finirà.

E poi c’è il fronte ambientale: anche Bruxelles è preoccupata dei nuovi tempi del piano di bonifica presentato dalla cordata guidata da ArcelorMittal. Piano che dovrebbe essere applicato su un arco di cinque anni dal momento dell’insediamento. Altri cinque anni senza un’idea chiara di futuro.

Nel grande accordo c’è un altro tassello consolidato che non fa scandalo né scalpore. A gennaio 2015 il nono decreto Salva Ilva ha previsto uno scudo di protezione ad personam per il commissario straordinario di nomina governativa, introducendo una presunzione di liceità delle sue condotte e dei funzionari da lui delegati. A giugno 2016 il decreto ha esteso l’immunità ad personam anche «all’affittuario o acquirente» della grande fabbrica.

Il gioco è fatto. La Procura di Taranto finora non ha sollevato eccezione di legittimità costituzionale in merito. Per la prima volta, ci saranno dei privati ai quali verrà riconosciuto lo scudo giudiziario. Cosa significa? Che se commetteranno reati non potranno finire sotto indagine come qualsiasi altro cittadino. Se, per esempio, non rispetteranno i tempi di attuazione del piano ambientale non rischieranno sanzioni penali.

A Taranto non è concesso guardare oltre l’acciaio e nemmeno pretendere che la rinascita passi dal rispetto – finalmente – della Costituzione.
Link all’articolo

 

Annunci