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Centenario di Porto Marghera, decenni di battaglie

Bruno Filippini ricorda le lotte per l’ambiente, per il lavoro, per l’emancipazione di tante persone
di Bruno Filippini (ex-lavoratore del Petrolchimico e segretario dei chimici)
La Nuova di Venezia, 24 luglio 2017, sezione Cronaca

Si preparano i “festeggiamenti” per il centenario di Porto Marghera e nello stesso tempo si abbattono i simboli delle lotte operaie che hanno fatto un pezzo di storia di questo Paese. Ma non riusciranno a far dimenticare le lotte per l’ambiente, per il lavoro, per l’emancipazione di tante persone che dopo due conflitti devastanti, sullo sfondo di una Venezia decadente, hanno trovato nel lavoro “dignità” e “riscatto sociale”.

Noi c’eravamo quando è stato costruito il Petrolchimico 2 e si sono aperte le porte della fabbrica a tanti giovani più o meno scolarizzati, molti provenienti dalle campagne, che hanno messo le loro speranze di vita in quel lavoro. Molti di quei giovani erano assunti attraverso Don Berna che fungeva da ufficio di collocamento e da garante affinché non si assumessero comunisti.

Noi c’eravamo quando nei primi anni ’70 si verificano le prime “stranissime” fughe di gas agli impianti AS (Acido Solforico) che consentono a Montedison di approfittare dei fondi della Legge Speciale per Venezia per farsi pagare la manutenzione ordinaria di tutti gli impianti, sottraendoli alla loro funzione originale di fondi per il risanamento della città storica.

Noi c’eravamo quando il Prefetto di Venezia imponeva ai lavoratori 8 ore di lavoro con la maschera antigas invece di chiedere alle aziende il risanamento degli impianti. Ma la reazione dei lavoratori non si fa attendere e con una grande manifestazione esprimono con forza il loro rifiuto alla maschera e alla monetizzazione della “loro” salute attraverso compensazioni salariali, proponendo la soluzione della fermata, risanamento e riavvio degli impianti.

Noi c’eravamo quando con durissime lotte, “pagate” in busta paga, rivendicavamo un ambiente “pulito” dentro e fuori dalla fabbrica mentre le aziende e le istituzioni di allora facevano di tutto per criminalizzare le nostre lotte isolandoci dal resto della cittadinanza unita a noi contro la nocività degli impianti. Rincaro del pane? Tutta colpa degli operai che scioperano…..

Noi c’eravamo quando nel 1973 Montedison dovette, suo malgrado, realizzare un’indagine epidemiologica sui lavoratori esposti al CVM. Nasce a P.to Marghera la prima Commissione Ambiente aziendale e il primo Centro pubblico di Medicina del Lavoro, frutto di tante lotte operaie. In risposta, Montedison investe ingenti capitali per realizzare un’infermeria aziendale all’avanguardia, con l’obiettivo di controllare la salute dei lavoratori e poterne anticipare (a loro insaputa) lo spostamento di reparto prima che si potessero manifestare gravi alterazioni della salute del lavoratore. Tutto ciò al fine di contrastare i controlli della struttura pubblica, da noi creata. In buona sostanza, costava meno rimuovere il lavoratore piuttosto che intervenire strutturalmente sulle fonti di nocività per la salute.

Noi c’eravamo quando Gardini, all’inizio degli anni ’80, disse: “la chimica sono io” e, con l’appoggio del governo di allora, ENI acquisisce tutti gli impianti nazionali rendendo pubblica la chimica italiana ma alimentando, nel contempo, il sistema delle tangenti a scapito di investimenti nelle fabbriche che attendevano una nuova fase di sviluppo della chimica secondaria e fine.

Noi c’eravamo quando ENI dopo aver acquisito la chimica, comincia a chiudere e vendere gli impianti sostenendo che non si poteva investire perché il territorio era ostile e i sindacati troppo rivendicativi. Anche nel processo per le morti da CVM è emersa la giustezza delle nostre rivendicazioni per migliorare l’ambiente di lavoro. Noi ceravamo quando parte la ristrutturazione e chiusura delle fabbriche della prima zona industriale e di alcuni impianti del Petrolchimico con licenziamenti trasformati, grazie a dure lotte, in cassa integrazione.

Noi c’eravamo quando, negli anni ’80, le Brigate Rosse uccidono barbaramente prima il vice direttore Sergio Gori, che stava risolvendo la questione dello stoccaggio di 200 fusti di prodotti clorurati stoccati sotto le famose fiaccole e poi il Direttore Giuseppe Taliercio che si rifiuta di scendere a nuovi compromessi con le forze eversive. Questi due tragici eventi fecero comprendere a tutti i lavoratori che la scelta di campo non poteva che essere la difesa della democrazia contro la logica opportunistica, molto diffusa in quegli anni, che si esprimeva con la frase “Né con lo Stato, nè con le Brigate Rosse”. Molti attivisti del sindacato venivano minacciati di morte dalle forze eversive. Solo la fermezza dei lavoratori nella difesa dei valori democratici ha permesso di sconfiggere quel disegno eversivo che spingeva la classe lavoratrice verso atteggiamenti difensivi che portavano alla sconfitta della sua emancipazione.

Noi c’eravamo quando venne lanciata la sfida della compatibilità tra industria e ambiente con il ben noto “Accordo di Programma” che fu poi applicato solo nelle parti riferite alla chiusura degli impianti e mai applicato per le parti che prevedevano nuovo sviluppo. Un nuovo impianto a tecnologia avanzata (la trasformazione del clorosoda da celle a mercurio a celle a membrana) che avrebbe significato dare una prospettiva innovativa per molti anni all’industria chimica venne fortemente contrastato da chi oggi piange lacrime di coccodrillo per il disastro ambientale, sociale e industriale presente nelle aree di Porto Marghera. Quella sfida della “compatibilità” purtroppo è stata persa ma oggi va riformulata con un nuovo modello di sviluppo industriale eco-sostenibile.

Noi c’eravamo quando, negli anni ’90, la città viene chiamata ad un referendum contro l’industria chimica del cloro con il quesito “Vuoi vivere in un ambiente sano oppure morire?” in una logica del tutto contrastante con l’idea di un futuro di compatibilità ambientale dell’industria chimica che determinò una drammatica rottura tra la città ed il suo polo industriale. Noi lì, testardi, a difendere la chimica innovativa e compatibile con l’utilizzo di tutte le migliori tecnologie esistenti.

Noi c’eravamo quando tra i lavoratori c’era chi vedeva la fabbrica come produttrice solo di morte e chi invece la difendeva chiedendo il cambiamento del paradigma profitto-sfruttamento a vantaggio di ricerca, innovazione, risanamento e occupazione.

Noi c’eravamo e continuiamo ad esserci, ma voi dove eravate e soprattutto da che parte stavate ????? E a quelli che oggi sono impegnati nelle celebrazioni dei 100 anni di Porto Marghera suggerisco di evitare narrazioni lontane dai fatti e dalla storia e di dare voce a coloro che quella storia l’hanno fatta davvero, i lavoratori “tutti” di Porto Marghera.
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