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L’incidente del 28/11/2002 a Marghera, 15 anni dopo

Il 28 novembre 2002 alle 19:42 , esattamente 15 anni fa, alte fiammate si alzano dal petrolchimico. L’impianto che ha preso fuoco è nel reparto TDI di Dow Poliuretani Italia / Dow Chemical dedicato alla produzione di toluendiisocianato (TDI, appunto, in sigla), una sostanza di base per la produzione dei poliuretani.

A quaranta metri dal luogo dell’incendio ci sono quindici tonnellate di fosgene che si trovano ad appena 40 metri dal luogo dell’incidente. Le sirene della Protezione Civile suonano ed avvertono del pericolo, la gente viene invitata  tramite messaggi su radio e televisioni a rimanere chiusa in casa, i centralini dei servizi pubblici di sicurezza vengono subissati di richieste di informazione.

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L’impianto di TDI dopo l’incidente del 28/11/2002. Immagine di fonte giornalistica riportata dal post del blog EcoVeneziacalia

Si diffonde il panico. Il fosgene è una sostanza gassosa molto aggressiva, in quanto sono sufficienti alcune ppm (parti per milione in aria) per inalare una dose letale. Essendo poi diverse volte più pesante dell’aria, se emesso non si disperde ma si mantiene appoggiato al suolo lungo il quale si può spostare se spinto dal vento. Con l’acqua reagisce, ma lentamente, producendo gas corrosivi, pungenti e tossici, quindi è in grado di spostarsi rapidamente anche sulle superfici lagunari.

Nell’incidente si rischiò uno scenario da incubo: la fuoriuscita di una nube tossica.

L’incidente al TDI rende evidente l’impreparazione della comunità nei confronti del rischio chimico –  nonché l’immaturità di un rigido sistema di comunicazione diviso tra “istituzionale” (troppo lento rispetto all’esigenza emergenziale) e “interpersonale” (inaffidabile nelle informazioni e parziale nei destinatari). La gravità del rischio corsoaveva il suo netto contrasto con l’assoluta ignoranza della popolazione nei confronti delle produzioni oggetto dell’incidente; nella maggioranza dei casi non era neppure noto il termine che descriveva la sostanza pericolosa, letale se diffusa in aria anche in minime quantità: il fosgene.

Per nostra fortuna, uno scoppio accidentale, come si dirà nei rapporti ufficiali, “la provvidenza”, impedirà la realizzazione delle conseguenze più drammatiche.

Rischio Chimico e Ciclo del Cloro

Nasce in quei giorni l’Assemblea Permanente contro il Rischio Chimico, che da allora collega cittadini interessati a tutelare la città da queste condizioni di rischio e dall’inquinamento. Un percorso che passerà per diverse petizioni, per uno storico referendum contro il ciclo del cloro, per tantissime azioni che sono continuate fino ad oggi.

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Attualmente conosciamo già due eventi in cui si è sfiorata la tragedia: (1) il 23 novembre 1973, quando l’aereo Argo 16 precipitò schiantandosi a pochi metri dal serbatoio di fosgene e (2) il 28 novembre 2002, con l’incidente al TDI. L’azienda che gestiva l’impianto aveva assorbito la famigerata Union Carbide responsabile della strage di Bhopal del 1984.

Porto Marghera ha a lungo convissuto con condizioni di significativo rischio industriale, come si può desumere dall’estratto di una comunicazione parlamentare avvenuta poco dopo l’incidente al TDI (Allegato B Seduta n. 236 del 9/12/2002.):

Nella provincia di Venezia gli stabilimenti a rischio di incidente rilevante di cui al decreto legislativo n. 334 del 1999 sono ben 36, di cui 24 nel comune di Venezia concentrati nella zona industriale di Porto Marghera; lo studio del ministero dell’ambiente del marzo 1998, preliminare all’accordo di programma sulla chimica, ha censito nell’area di Marghera 13 stabilimenti con 54 impianti a rischio d’incidente rilevante nei quali sono trattate e stoccate circa 1.200.000 tonnellate di prodotti pericolosi e le cui aree potenzialmente interessate dagli eventi incidentali sono comprese tra un raggio di azione di 1.000 metri (rischio di morte) e 8.000 metri(ferimenti e danni permanenti); l’autorità portuale ha predisposto il Rapporto sulla Sicurezza, all’interno del piano regolatore portuale del Porto di Venezia, per la sezione di Porto Marghera, adottato dal comitato portuale il 17 febbraio 2000, da cui si evince la presenza delle seguenti sostanze infiammabiliesplosive o tossiche: anidride arseniosa (12 t); infiammabili (GPL) (675 t); infiammabili (benzine) (900.720 t); infiammabili (benzine) (25.000 t); infiammabili (benzine) (218.325 t); infiammabili (greggio) (77.958 t); infiammabili (esano) (154 t); C.V.M. (4.492 t); ossigeno (1.100 t); ossigeno (0,78 t); acido fluoridrico (784 t); cloro (3 t); ammoniaca (13 t); anidride solforosa (63 t); infiammabili (GPL) (50 t); infiammabili (benzine + GPL) (134.613 t); ammoniaca (39.317 t); fosgene (15 t); cloro (542 t); infiammabili (benzine) (128.500 t); acrilonitrile (9.270 t); infiammabili (benzine) (124.300 t); infiammabili (benzine) (500 t).

Alcune di queste condizioni di rischio sono state ridimensionate o non sono più presenti, altre permangono e in alcuni casi se ne sono aggiunte, come nel caso del progetto del grande deposito di gas metano liquido (GNL) da 32mila metri cubi, cfr. articolo.

Dopo una travagliata storia di parziali riavvii, difficoltà manutentive, scarsa redditività e opposizione della popolazione, nel 2006 l’impianto TDI è stato definitivamente chiusonell’ambito di un piano mondiale di ristrutturazione organizzativa di Dow Chemical.

Il TDI era uno dei tre impianti di Marghera del ciclo del cloro. Gli altri due erano:

  • il cloro-soda (avviato da Sicedison nel 1951, poi rinnovato da Montedison nel 1971, quindi chiuso nel 2009 da Syndial), l’impianto che generava acido cloridrico (e idrossido di sodio come sottoprodotto) in forma elementare tramite elettrolisi,
  • il CVM/PVC (avviato da Sicedison il 1953, poi EVC, Ineos, quindi fermato da Vinyls Italia del gruppo Sartor dal 2009 e definitivamente chiuso a luglio 2017 con la demolizione delle storiche torri), per la produzione del monomero (cloruro vinile monomero, CVM) e del polimero (polivinilcloruro, PVC)

Se il TDI, che è stato definitivamente chiuso nel 2006, è divenuto sinonimo di rischio chimico, gli altri impianti erano sinonimi di inquinamento persistente.

L’impianto cloro-soda, dall’avvio negli anni ‘50 fino alla chiusura avvenuta nel 2009, ha sempre adottato la vecchia tecnologie inquinante delle celle al mercurio, con il risultato di disperdere in laguna quantità significative di questo metallo tossico con un ritmo che raggiungeva negli anni ’50 diverse centinaia di kg l’anno.

L’impianto CVM/PVC, partendo dall’acido cloridrico prodotto del cloro-soda, produceva circa duecentomila tonnellate all’anno di PVC a fronte di quantità superiori ciascuno degli intermedi CVM e DCE (dicloroetano). A fronte di tali volumi, significative quantità (anche diverse tonnellate) di queste sostanze potevano finire in atmosfera, come nel caso dei rilasci in condizioni di emergenza.

Cfr. “La più grande fuga di Cvm del Petrolchimico” – “Un anno fa sei tonnellate di cloruro di vinile nell’aria, ma la verità viene a galla solo oggi”, “La Nuova Venezia” dell’11/7/2007.

L’impianto è stato al centro dello storico processo sulle morti dei lavoratori (il CVM è cancerogeno).

Sarà l’Assemblea Permanente contro il Rischio Chimico a promuovere il referendum contro il ciclo del cloro e successivamente al risultato (schiacciante il no) a chiederne la sua applicazione in ogni sede.

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E’ dell’estate 2017 l’avvio della demolizione delle storiche torri alte 168 metri. Si è chiusa un’epoca. Ora bisogna però gestire il pesante lascito in termini di inquinamento dei suoli e della laguna: oltre al già citato mercurio, si tratta degli organo-clorurati e delle diossine.

E’ opportuno in questa sede ricordare che Porto Marghera è stato a lungo uno dei siti petrolchimici più importanti d’Italia e d’Europa, che negli anni ’60 contava oltre 40mila occupati diretti e che con le sue produzioni supportava le imprese del Veneto nel periodo del boom economico. Al prezzo però, come abbiamo visto, di condizioni di rischio industriale inaccettabili e di un inquinamento molteplice, continuo e di fatto irreversibile che ha lasciato profonde ferite sull’ecosistema lagunare in cui era inserito.

La difficile transizione

L’area è in una difficile fase di transizione da circa vent’anni nei quali abbiamo visto di tutto. Dal masterplan per le bonifiche (non ancora avviate), ai numerosi “accordi di programma” (il primo nel 1998), le “intese” per Marghera, i “patti” per Venezia, etc, sistematicamente disattesi nella parte sostanziale e ultimamente deficitari in termini di copertura economica. Ai laboratori di nanotecnologia (abbandonati nel 2015 dopo quasi 100 milioni di investimenti), incubatori di imprese innovative (Vega, ora in una difficile situazione finanziaria con debiti di circa 15 milioni di euro), di iniziative fieristiche come Expo Venice (fallita con un passivo di 20 milioni di euro), meta-distretti digitali (mai decollati). Fino ai piani di riconversione delle aree come quella dei c.d. “107 ettari” & NewCo, mai partito e solo annunciato ad ogni tornata elettorale, lavori sui marginamenti (tuttora incompleti dopo 800 milioni spesi, vedasi dossier m5s), promesse poi non mantenute di progetti di riqualificazione con grandi parchi urbani (il Moranzani, mai partito!).

Non bastasse ciò, abbiamo dovuto registrare, dopo quello del 28 novembre di 15 anni fa tanti, tantissimi incidenti, durante il periodo in cui era ancora operativo il ciclo del cloro, che poi sono continuati anche dopo e continuano ancora oggi.

Come i gravi disservizi Versalis e l’incendio al magazzino Veritas:

Ad aprile 2017 (con simili accadimenti occorsi a novembre 2016 e ad agosto 2016) si sono registrati importanti disservizi dell’impianto Versalis di produzione di etilene e polietilene risultante in vistosi ed impattanti effetti in termini di inquinamento [3]: la colonna fumogena si vedeva fino ad oltre Vicenza. Con un ritmo di circa cento tonnellate all’ora nelle fasi iniziali, la quantità di idrocarburi immessa complessivamente in torcia nell’evento ha quasi raggiunto l’ordine di grandezza di mille tonnellate, con le conseguenti emissioni in atmosfera. Per fare un confronto, è come se avessimo preso 100mila auto e avessimo fatto percorrere a ciascuna 100 km.

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È di giugno 2017 lo spaventoso incendio nel magazzino di Veritas a Fusina, che ha visto andare a fuoco in maniera incontrollata alcune centinaia di tonnellate di “ingombranti”, ovvero materassi, mobili e altri materiali di grandi dimensioni con volute di fumo nero che sono continuate per molte ore, in condizioni meteorologiche stazionarie quindi meno favorevoli alla dispersione degli inquinanti.

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Il magazzino Veritas è adiacente ai depositi petroliferi di Decal. La vicinanza è significativa, poiché proprio in quell’area Decal e San Marco Petroli progettano di collocarvi un deposito di gas naturale liquefatto (GNL) da ben 32mila metri cubi.  Il GNL consente di comprimere il gas naturale di ben 600 volte, fatto che ne consente l’uso per modelli avanzati e più sostenibili di mobilità navale ma pone alcune forti preoccupazioni alla cittadinanza per quanto riguarda il rischio di incidenti c.d. fireball, ovvero “a palla di fuoco”, stante la vicinanza ai centri abitati.

In mezzo a tutto questo è effettivamente difficile comprendere in quale direzione stia andando Marghera. E’ però opportuno che ciascuno di noi faccia la sua parte per tutelare questo territorio dalle continue aggressioni in termini di rischio ed inquinamento.

 

[1] “La rinascita possibile di una Marghera impossibile. L’industria chimica, la pesante eredità ambientale, l’impegno della comunità cittadina, il quadro attuale e … quale futuro?”, A.C., pp.52-71, capitolo (nella sezione 1.2) in S. Barizza (a cura di), “Marghera 2009 dopo l’industrializzazione”, Auser, 2009;

[2] “Laboratorio Marghera tra Venezia ed il Nord Est. La giurisprudenza ambientale, la partecipazione attiva dei cittadini, bonifiche e prospettive di sviluppo.”, pp.1-159, libro di N. Benatelli, A.C., G. Favarato, Nuova Dimensione, Venezia, 2006.

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