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Da eroica fortezza a laboratorio del futuro: i cento anni di Marghera

Il Sole 24 ore, 25 ottobre 2017, sezione IMPRESA E TERRITORI

Ieri i 100 anni del polo chimico di Marghera sono stati ricordati con la visita del presidente del consiglio, Paolo Gentiloni. Se Gentiloni è stato il protagonista (con Emma Marcegaglia e Claudio Descalzi), il teatro è stata la raffineria Eni nella nuova veste che parte dalle materie prime vegetali per arrivare ai carburanti sostenibili. Mentre Gentiloni a Marghera visitava la raffineria simbolo del cambiamento dell’industria, in un’altra zona industriale storica di Venezia, alla Giudecca, in quella che fu la villa degli industriali tessili Hériot, ieri pomeriggio l’Iveser ha presentato il libro «Porto Marghera, cento anni di storie (1917-2017)», a cura di Elisabetta Tiveron e Cristiano Dorigo (Helvetia Editrice).

Virato seppia
Le righe che seguono sono state scritte in color seppiato come le fotografie di un secolo fa. Marghera fino a cent’anni fa era solamente il nome di una fortezza eroica tra le paludi sul bordo della laguna, fortezza che nel 1849 resistette a lungo all’assedio degli austriaci del Radetzky. «Il morbo infuria, il pan ci manca, sul ponte sventola bandiera bianca» (versi di Arnaldo Fusinato).

La prima zona industriale di Venezia fu Murano, quando nel Medioevo Venezia vi trasferì dal centro abitato le fornaci vetrarie che erano una minaccia continua d’incendio per la città. Con la rivoluzione industriale, ai primi del ’900 Venezia aveva bisogno di spazi per gli opifici e, dopo avere occupato alcune isole della laguna come la Giudecca, gli stabilimenti e i sobborghi operai non avevano più spazio per crescere se non allargandosi sulla terraferma.

Nel 1905 si decise di bonificare le paludi dei Bottenighi, al margine della laguna di Venezia tra il forte Marghera e la bocca del fiume Brenta a Fusina, per costruirvi un porto industriale e un’area produttiva alle spalle. Erano promotori il patrizio veneziano Pietro Foscari e le famiglie industriali Cini, Volpi, Valeri Manera.

Il terreno tolse spazio all’acqua e gli stabilimenti nacquero dal 1917, mentre a pochi chilometri lungo il Piave, dopo la rotta di Caporetto del 24 ottobre 1917, il regio esercito italiano e gli imperial-regi austroungarici si massacravano nelle trincee.

Il primo insediamento di Marghera era legato soprattutto all’elettricità (la Sade, Società adriatica di elettricità, era una delle grandi aziende dell’oligopolio), alla metallurgia e alla chimica di base.

La seconda vita di Marghera è figlia della corrente elettrica. Nel 1954 la società elettrica Edison diversificò nella chimica con la Sic Edison. L’Edison aveva corrente in abbondanza e poteva essere utile per un’intera branca della chimica, l’elettrochimica.

Il motivo è semplice. Se in una salamoia di acqua e sale (il sale è cloruro di sodio) si inietta una fortissima corrente elettrica, il sale si divide nei suoi due componenti, cioè cloro e sodio.

La soda serve per i detersivi (negli anni ’50 l’Italia scopriva la lavatrice, che usa corrente elettrica e detersivo) e il cloro serve a fare il Pvc, polivinilcloruro, una delle più importanti plastiche.

Nel 1954 l’Edison avviava a Marghera l’impianto Cv1, sigla di cloruro di vinile numero 1, per fare Pvc.

Nello stesso anno 1954 accadeva un altro fatto. In un laboratorio di una società mineraria diventata chimica, la Montecatini, la sera dell’11 marzo Giulio Natta, prima di spegnere la lampada da tavolo, impugnò la penna stilografica e sull’agenda poggiata sulla scrivania scrisse tre parole che avevano la semplicità del genio: “Fatto il polipropilene”. Aveva inventato una delle grandi plastiche.

Nel 1963 con quel polipropilene Natta vinse il premio Nobel per la chimica.

Il fervore chimico faceva costruire all’Edison e alla Montecatini un impianto dopo l’altro (nel ’61 si scoprì che gran parte di quegli stabilimenti veneziani erano abusivi).

Socialismo ed elettrificazione: nel ’62 lo Stato (spinto soprattutto il Psi) decise che il boom economico doveva uscire dall’oligarchia delle società  elettriche. In piemonte la Sip, Società idroelettrica piemontese. In Lombardia l’Edison. In Veneto la Sade, Società adriatica di elettricità. Nel Sud la Sme, Società meridionale di elettricità. E così via. Bisognava dare al Paese in crescita vulcanica una società elettrica unica di Stato.

La Montecatini acquistò la società elettrica veneziana Sade, la cedette al neonato ente elettrico di Stato, l’Enel, e si trovò piena di soldi.

L’Edison cedette al neonato ente statale Enel tutte le sue centrali, restando con le casse piene di soldi e con le attività industriali non elettriche.

La conseguenza fu la fusione tra la Montecatini e l’Edison e nacque la Montedison, che aveva le radici e il maggiore polo produttivo a Marghera. (Intanto la Sip si concentrò nei telefoni, la Sme nell’agroalimentare e così via).

Istantanea in bianco e nero
Le righe che seguono sono state scritte in bianco e nero come le fotografie.

Erano gli anni ’70 e su uno dei muri grigi di cemento che segnavano il limite di batteria del petrolchimico di Marghera una mano anonima scrisse — secchio di vernice bianca e pennello — un’enorme “mortedison”. Esisteva la Montedison, i cui prodotti erano pubblicizzati dalla faccia rubiconda dell’attore comico Gino Bramieri, e il polo industriale di Marghera aveva 30mila addetti e la più grande concentrazione industriale d’Europa.

Le torce della raffineria Irom fiammeggiavano sulla barena davanti ai cantieri navali, alle spalle c’era l’alluminio, poi le vetrerie, laggiù gli azotati e i fertilizzanti, l’area Cvm che produceva le plastiche viniliche, poi il polo chimico integrato.

Attraverso la laguna si scavò largo e profondo il Canale dei Petroli da Malamocco a Marghera via Fusina: una via per le petroliere e un’autostrada per le acque alte come quella del 4 novembre 1966.

Il panorama era ingentilito dell’arco dell’etilene, elegante come un ponte di Santiago Calatrava, un tubo arcuato che scavalca il Canale Industriale Sud sotto il quale passano intere navi carboniere dirette alla centrale dell’Enel.

Negli anni ’70 c’erano stabilimenti enormi e piccoli opifici serviti da un porto spazioso, dall’autostrada e dal nodo ferroviario che collega con la Germania via Brennero e con il triangolo industriale dell’Ovest padano. Una collocazione perfetta, per l’industria di quei tempi.

Inquinamento pesante, nel cloruro di vinile cancerogeno gli operai mettevano a raffreddare le angurie, gli scarichi ributtavano in laguna fanghi contaminati e radioattività.

C’erano le lotte sindacali, c’era il poeta operaio Ferruccio Brugnaro padre di quel Luigi che oggi è il sindaco di Venezia, c’erano le Brigate Rosse che avevano ucciso a colpi di pistola 7,65 il dirigente Sergio Gori, poi il commissario Alfredo Albanese e infine rapirono e assassinarono l’ingegner Giuseppe Taliercio colpevole di far parte del «disegno controrivoluzionario del capitalismo multinazionale» — così era scritto sul cartello osceno con cui Taliercio fu costretto a farsi fotografare mentre era sequestrato.

Questa era Marghera nel suo periodo più grande, quello che sembrava una foto in bianco e nero.

Gif animata
Le righe che seguono sono state scritte nella modalità dinamica di una Gif animata. Per questo motivo oggi il polo industriale di Marghera è un enorme spazio che pare senza confini, abbandonato (in apparenza), punteggiato da impianti lontani e spenti. L’arco dell’etilene che pare immaginato da Santiago Calatrava è un reperto da archeologia postindustriale.

Il polo di Marghera è in crisi da anni perché una volta pareva grandissimo ma oggi è troppo piccolo e costoso rispetto ai colossali petrolchimici nati dove ci sono i giacimenti di petrolio oppure nei Paesi di nuova industrializzazione. È defunta la produzione di plastica Pvc; la raffineria petrolifera è un microbo di fronte alla competizione dei colossi del petrolio. Comprare l’etilene costa meno di produrlo in Italia.

Si sa, l’innovazione è la via con cui l’industria chimica italiana finora è riuscita a reggere la competizione. Oggi l’innovazione è la chimica verde. La chimica che parte da materie prime vegetali.

Se la grande Marghera partiva dal petrolio per produrre carburanti e plastiche, oggi la nuova Marghera parte dalla biologia delle piante per produrre, con fabbriche nuove e processi rivoluzionari, gli stessi prodotti di prima, ma migliori e più competitivi: il diesel dai grassi come l’olio, la benzina dall’alcol, le plastiche biodegradabili. E poi le gomme sintetiche, i princìpi attivi per i medicinali, i pigmenti puliti per i colori. Marghera potrà anticipare l’industria che oggi sembra avveniristica e che domani sarà normale.

Marghera non è morta. È cambiata, come è cambiata la società.

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