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Le mani delle mafie sulle piccole e medie imprese del Veneto

La relazione annuale 2017 della Direzione antimafia: qui ci sono i “terminali di investimento”. Ecco i settori già infiltrati e quelli a rischio
La Nuova di Venezia, 3 luglio 2017, sezione Regione

VENEZIA. La relazione annuale 2017 della Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo (i fatti presi in esame vanno dal primo luglio 2015 al 30 giugno 2016) contiene anche un capitolo sul Veneto, che vi proponiamo qui di seguito in forma integrale. La relazione è stat redatta da Giovanni Russo. Nostri sono i sommari e le sottolineature di alcuni passaggi in grassetto.

Il distretto di Venezia: la relazione.
“Anche quest’anno, l’analisi delle dinamiche criminali nel distretto veneto conferma quanto già segnalato negli anni scorsi, ivi compreso l’accresciuto allarme dovuto alla presenza di interessi delle organizzazioni di tipo mafioso.

Ancora la mala del Brenta.
La Procura di Venezia evidenzia, per quanto riguarda la criminalità organizzata italiana, la permanenza di alcuni episodi di resilienza riconducibili a soggetti a vario titolo legati alla c.d. “mala del Brenta”, organizzazione che, pur essendo stata in quanto tale integralmente debellata, specie grazie alle attività della DDA di Venezia, presenta ancora oggi soggetti a suo tempo affiliati, che, per fine pena od altri motivi, sono in stato di libertà e che, talora, con particolare riferimento ai membri non pentitisi e di maggiore caratura criminale, riemergono nelle vicende criminali della regione quali personaggi ben radicati nel territorio e dotati di una qualche forma di autorità rispetto ai criminali comuni. Per il resto, la criminalità di origine italiana si orienta con frequenza, nell’ambito dei reati di competenza distrettuale, nel traffico illecito di rifiuti, che spesso presenta, però, una logica del tutto interna legata al profitto imprenditoriale ricavabile dalla gestione abusiva del traffico, senza apparire necessariamente legato alla criminalità organizzata tipica del sud dell’Italia.

Appalti pubblici, ghiotta occasione
Esiste, peraltro, la presenza in Veneto di gruppi criminosi originari del Sud Italia, il cui insediamento è principalmente legato a motivi economici di investimento del profitti o di procacciamento di affari, anche attraverso l’infiltrazione nel sistema dell’aggiudicazione degli appalti pubblici. Con riguardo a quest’ultimo settore, il Gico della GdF di Venezia segnala che il Veneto è “salito” al nono posto (scalando di una posizione, essendo decimo l’anno precedente) nella classifica degli illeciti accertati dalle varie Forze di Polizia. Sono state registrate nella regione Veneto 1029 infrazioni, pari al 3,7% per cento del dato nazionale; 988 le persone denunciate e 324 sono stati i sequestri, con un aumento – per tutti i dati – al confronto con il medesimo periodo dell’anno precedente.

Paradiso PMI, specie per le ecomafie
Anche le “ecomafie” diventano più sofisticate, utilizzando la falsificazione di documenti, fatture, dati e codici, generando ricavi che vengono reinvestiti in attività legali. Come ampiamente illustrato nelle precedenti relazioni, il Veneto, pur non avendo un livello pervasivo di presenza criminale come quello delle quattro regioni del sud del Paese, è un’area geografica che suscita notevoli interessi per vari gruppi delinquenziali, sia autoctoni che allogeni in quanto vi è una capillare presenza di piccole e medie imprese che possono essere “aggredite”, in relazione al protratto periodo di crisi economica, attraverso il forzato subentro da parte di soggetti dotati di capitali illeciti e disponibilità finanziarie dall’origine oscura (a scopo di investimento o riciclaggio).

Ecco dove si ricicla il denaro sporco
Nei settori degli appalti pubblici, della cantieristica navale, delle società di intermediazione finanziaria, dell’edilizia, rifiuti, grande distribuzione, intermediazione di manodopera, permangono segnali della presenza di elementi interessati al reinvestimento di capitali illeciti, provento di attività illegali spesso perpetrate in altre regioni. Oltre all’intestazione formale di beni a soggetti individuati quali meri prestanome (non essendo in grado di dimostrare la lecita provenienza del denaro utilizzato), è stata constatata, altresì, la tendenza a rilevare attività economiche esistenti per inserirsi in taluni specifici comparti del mercato legale. Tale modus operandi è incentrato sul coinvolgimento di soggetti immuni da precedenti penali, nell’evidente tentativo di prevenire l’insorgere di sospetti investigativi, con particolare riguardo ad una loro eventuale affiliazione alle organizzazioni criminali tradizionali, quali cosa nostra, ‘ndrangheta e camorra. In proposito, è il GICO a confermare la forte presenza sul territorio di soggetti connessi alla ‘ndrangheta, in particolare provenienti dal crotonese e dal reggino. In questo ambito, in particolare, si segnala l’operazione denominata “PICCIOTTERIA” (già p.p.8875/13 RGNR poi p.p. 902/14 RGNR DDA – Procura della Repubblica di Venezia) intrapresa dal Nucleo Polizia Tributaria di Venezia nei confronti di una cellula criminale della ‘ndrangheta di Africo (RC), stabilitasi a Marcon (VE).
Avvalendosi di una ditta di import-export di prodotti alimentari, questa cellula – che aveva contatti in Lombardia, oltre che con la provincia di Reggio Calabria, dove ha sede la cosca dalla quale dipendeva – importava ingenti quantitativi di cocaina dal Sud America e, successivamente, la commercializzava, a partire dal Nord Est (soprattutto nelle province di Venezia e Treviso), fino in Lombardia (nelle province di Milano e Monza Brianza).

Nel dicembre 2015, all’esito di una complessa indagine coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Venezia, il GICO, con l’apporto della Direzione Centrale per i Servizi Antidroga del Ministero dell’Interno e del Servizio Centrale Investigazione Criminalità Organizzata, ha tratto in arresto undici persone responsabili, a vario titolo, di reati in materia di stupefacenti. Lo stupefacente era occultato all’interno di container con carichi di copertura costituiti da frutta e, una volta giunto a Venezia, veniva distribuito a gruppi di spacciatori. Era coinvolto nel narcotraffico anche un sodalizio di origine calabrese stanziale nelle province di Milano e Monza Brianza, che alimentava il mercato lombardo della cocaina, prelevata sempre a Venezia. Il GICO ha documentato tre significative importazioni di cocaina con un elevato grado di purezza, per circa 400 kg. Con l’importante contributo dell’Agenzia delle Dogane, si è accertato che la cocaina era trasportata in magazzini presi in locazione a Marghera (VE) e Meolo (VE) dove, dopo essere stata separata dalla merce che costituiva il carico di copertura, era suddivisa tra i componenti dell’organizzazione, per essere poi smerciata sul territorio. Più nel dettaglio, le indagini hanno permesso di giungere al sequestro di panetti di cocaina, per un peso complessivo di circa 130 kg. di cocaina, 1 kg. di marijuana, oltre a un’ingente somma di denaro contante.

A seguito degli interventi del 3 dicembre 2015 e delle successive investigazioni, è emerso che il gruppo criminale aveva organizzato un’ulteriore importazione di cocaina occultata in un container in procinto di giungere sul territorio italiano. In data 9 dicembre 2015, il container proveniente dalla Colombia, in transito dal porto di Livorno, è arrivato a Venezia-Marghera. Al suo interno, la perquisizione operata dalla Polizia Giudiziaria, ha consentito di rinvenire 188 panetti di cocaina del peso di 1,2 kg. ciascuno, per un totale di 222 kg., sottoposti a sequestro. Le investigazioni si sono avvalse dell’operato di personale undercover, nel quadro di un’operazione disposta ai sensi dell’art. 9 L. 146/2006. Nel corso dell’attività operativa sono emerse rilevanti convergenze e sovrapposizioni con l’operazione denominata “Due Mari”, condotta dal Nucleo Polizia Tributaria Guardia di Finanza di Catanzaro, sotto la direzione della Procura della Repubblica – D.D.A. di Reggio Calabria (p.p. 2120/15 R.G.N.R.).

Altra operazione di rilievo investigativo è quella denominata “ITALIAN JOB”, (p.p. 2708/11 RGNR della Procura della Repubblica di Napoli – DDA e 3900/16 – Procura della Repubblica presso Tribunale di Venezia, p.p. 13305/16 RGNR Procura della Repubblica di Roma) iniziata a seguito di un’attività investigativa svolta in collaborazione con i militari dell’Arma dei Carabinieri di Aversa (CE) e proseguita a cura del GICO di Venezia, coordinata dalla D.D.A. di Napoli, su di un’associazione per delinquere (nella quale sono implicati anche soggetti collegati con ambienti della camorra) che opera nel settore delle truffe al sistema finanziario e bancario, con connessioni nel territorio veneto.
Nel medesimo contesto investigativo sono stati, altresì, ipotizzati reati contro la personalità dello Stato e reati elettorali. In particolare, il traffico di armi riguarda la vendita di componenti di aerei, elicotteri, fucili mitragliatori ed altre armi da guerra leggere, oltre ad equipaggiamenti di varia natura. Tra i Paesi maggiormente coinvolti in tale traffico, quali destinatari di materiali d’armamento, si registrano la Somalia e l’Iran. Nonostante talune condotte criminose siano state perpetrate anche in Veneto, l’organizzazione ipotizzata risulta gravitare soprattutto nelle province di Napoli e Roma. In tale ambito, si evidenzia l’esecuzione, in data 4 maggio 2016, di cinque perquisizioni locali disposte nei confronti di altrettanti indagati dalla Procura della Repubblica di Venezia, alla quale è stato inviato per competenza territoriale il fascicolo processuale, limitatamente alle vicende di truffe e manipolazioni delle liste elettorali, reati avvenuti a Mestre (VE).

Rischi d’infiltrazione molto alti
In termini generali, la Procura di Venezia riferisce che i rischi di infiltrazione della criminalità organizzata, tanto italiana che straniera, nel tessuto produttivo veneto continuano ad essere molto alti, come dimostrano complessivamente le vicende sopra citate, attesa la rilevanza economica del territorio regionale nonché la tradizionale assenza di strumenti di contrasto specifico e diretto nella società civile e nella realtà amministrativa: si può assistere a sempre più frequenti tracce di propagazione e di sviluppo di gruppi criminali esterni. La specificità della regione nord orientale impone a questi gruppi di assumere connotazioni esterne diverse da quelle tradizionali dei luoghi di origine (quali ad esempio, molto spesso, operare tramite una società, talora già da tempo nota nel contesto locale e perfettamente inserita nella rete di relazioni legali), apparentemente agendo in modo perfettamente corrispondente ai canoni della legalità, salvo poi, di fatto, cercare di forzare e manipolare a proprio vantaggio la situazione economica di riferimento.

Terminali d’investimento
Le propaggini venete dei sodalizi criminali citati, dunque, assumono la forma di terminali di investimento e gestione del denaro, più che di organizzazioni mafiose classiche: non si assiste ad un insediamento massiccio e strutturato di gruppi criminali non autoctoni, né alla commissione dei reati violenti che usualmente li caratterizzano e, tantomeno ad estese condizioni di assoggettamento della popolazione che si registrano, invece, in altri contesti. Ne sono testimonianza, tra gli altri casi, quelli dettagliatamente evidenziati dal Comando provinciale dei Carabinieri di Venezia: nel luglio 2015, nell’ambito di articolata indagine (denominata “Gambling”), avviata dall’Arma di Reggio Calabria e coordinata dalla locale D.D.A., sono stati tratti in arresto due avvocati con studio legale a Padova, uno dei quali era considerato il consulente di alcune cosche dell’ndrangheta per l’attuazione di un sistema illegale di riciclaggio del denaro di provenienza illecita attraverso l’esercizio di attività di gioco e scommesse, mediante società di diritto estero. Lo stesso, oltre ad aver funto da esperto legale in materia, avrebbe partecipato attivamente alle procedure per l’elusione della normativa fiscale ed antiriciclaggio, anche attraverso l’intestazione fittizia delle società; nel maggio 2016, nell’ambito delle operazioni denominate “Apocalisse” e “Vecchio Borgo”, i militari del comando provinciale di Venezia hanno tratto in arresto 25 persone per traffico di sostanze stupefacenti; tra di esse spicca BOSCOLO MENEGUOLO Armando, pluripregiudicato già contiguo alla destrutturata “Mala del Brenta” e, in passato, risultato avere solidi legami con pregiudicati di notevole spessore, anche della mafia siciliana, finalizzati ad organizzare e gestire ingenti traffici di stupefacenti.

Dal centro operativo DIA di Padova, giungono conferme sulla forte presenza calabrese in territorio veneto:
– Nel mese di Settembre 2015 personale della Squadra Mobile di Padova, in collaborazione con le Squadre Mobili di Reggio Calabria e Crotone, ha tratto in arresto una persona di Padova in esecuzione di un decreto di fermo emesso dalla DDA reggina a carico di oltre 50 soggetti, accusati di associazione per delinquere di stampo mafioso finalizzata al traffico internazionale di sostanze stupefacenti ed al riciclaggio, tutti appartenenti alla cosca “Aquino – Coluccio”, importante clan ‘ndranghetista del reggino. In particolare, il citato soggetto patavino reinvestiva il denaro da riciclare nella società di cui era titolare, operante nel settore florovivaistico, gestendo affari milionari con un noto esponente della famiglia dei Crupi di Siderno (RC), legata al gruppo Commisso.
– Il 30 dicembre i carabinieri del Nucleo investigativo di Padova, nell’ambito dell’operazione “Libra Money” coordinata dalla DDA di Catanzaro, hanno confiscato le quote aziendali di un’impresa con sede a Limena (PD), amministrata di fatto da un cinquantenne, personaggio di spicco del clan Tripodi con base operativa a Vibo Valentia. Il provvedimento è avvenuto dopo il sequestro preventivo operato nel mese di luglio dello scorso anno. Le indagini evidenziavano come le quote della società interessata, di fatto in mano alla ‘ndrangheta, costituissero il reinvestimento dei proventi derivanti dalle attività delittuose del citato clan.
– Il 28 aprile 2016 la Guardia di Finanza di Treviso ha arrestato tre imprenditori per bancarotta fraudolenta di un’azienda di Falzè – fraz. di Trevignano (Treviso). Uno dei citati imprenditori, originario della provincia di Parma, sarebbe indicato dagli investigatori quale persona vicina al noto boss della ‘ndrangheta Nicolino Grande Aracri, capo dell’omonima cosca.

Spaccio e immigrazione clandestina
Quanto alla criminalità straniera, essa appare legata molto spesso all’immigrazione clandestina, sfociando poi, come d’abitudine, in attività illecite di corollario, quali estorsioni ai danni di connazionali o spaccio di sostanze stupefacenti: i contesti nazionali di riferimento sono quelli già noti (magrebini, albanesi, ecc.), con tendenza all’estensione del fenomeno a popoli la cui presenza risulta essere meno diffusa sul territorio nazionale (ad esempio, pakistani). In questo quadro, singolarmente radicate e foriere di sviluppi pericolosi appaiono le associazioni criminose originarie dell’Est-Europa, dotate di logica organizzativa ed operativa peculiare, diversa da quelle tradizionali italiane, ma pure caratterizzate da una forte coesione e una grande capacità di introdursi nel tessuto economico della realtà veneta, con modalità assolutamente sovrapponibili a quelle dei gruppi mafiosi classici.

Il Comando provinciale dei Carabinieri di Venezia fornisce un’esaustiva e aggiornata mappa concettuale della tipologia delle principali attività delinquenziali attribuibili agli stranieri:
– criminalità nordafricana, prevalentemente dedita allo spaccio ed al traffico di sostanze stupefacenti;
– criminalità nigeriana, orientata in particolar modo allo spaccio ed al traffico di sostanze stupefacenti, allo sfruttamento della prostituzione e, in maniera prioritaria, all’abusivismo commerciale;
– criminalità albanese, costituita da veri e propri sodalizi connotati da assetti di tipo verticistico e con caratteristiche assimilabili a quelle tipiche dei sodalizi organizzati di tipo mafioso, dedita ad attività criminose nell’ambito del traffico di stupefacenti, della tratta di esseri umani connessa allo sfruttamento della prostituzione, del traffico di armi e, con maggiore frequenza, dei reati di natura predatoria (nello specifico, furti, rapine, ricettazione), talvolta commessi attraverso modalità efferate;
– criminalità dell’Est Europa, che realizza molteplici tipologie di reati: da quelli contro il patrimonio soprattutto furti e ricettazione, con particolare specializzazione per i metalli pregiati) allo sfruttamento della prostituzione, dalle frodi informatiche ai borseggi seriali nelle zone turistiche;
– criminalità cinese, che mediante l’infiltrazione commerciale, apparentemente legale, si dedica all’immigrazione clandestina, anche connessa allo sfruttamento sessuale e all’impiego nel “lavoro nero”, all’introduzione nello Stato di merci contraffatte, ed al traffico di tabacchi lavorati esteri.

Le holding dello spaccio internazionale
L’attività di contrasto svolta nel settore del contrasto al traffico di sostanze stupefacenti ha evidenziato che le attività criminali non risultano relative solo alla regione Veneto; ci si trova, infatti, di fronte a sodalizi criminali costituiti prevalentemente da soggetti di nazionalità estera (albanese e magrebina), radicati tanto nello Stato di appartenenza quanto nel territorio della regione Veneto, per garantire il funzionamento dei canali di approvvigionamento e redistribuzione della droga. L’intera filiera di rifornimento prevede l’importazione di sostanze stupefacenti dai vari Paesi esteri; dopo essere giunte sul territorio nazionale, le partite di droga vengono tagliate e poi destinate alla commercializzazione sui mercati illeciti costituiti prevalentemente dalle regioni settentrionali del nostro Paese.

La filiera e le rotte
La componente più attiva nel settore dello spaccio di sostanze stupefacenti si occupa sia dell’importazione diretta che della successiva distribuzione all’ingrosso, avvalendosi di altri gruppi criminali che organizzano le operazioni di acquisto all’estero, segnatamente nel Nord Africa (Marocco – zona del Rif) per l’hashish, il Sud America, Spagna, Olanda e da ultimo Ucraina per la cocaina e l’Afghanistan, quale principale paese produttore di oppio, da cui si ricava l’eroina, attraverso la rotta balcanica, per poi essere rivendute in loco in quantitativi frazionati. Si segnala, tra i procedimenti sostanzialmente con indagini concluse, il n. 11258/13/21 a carico di Ebrahim Ahmad Yaser + altri: trattasi di indagine riguardante un’associazione per delinquere transnazionale finalizzata all’immigrazione clandestina – con centro di smistamento dei clandestini in Grecia e con predisposizione di beni mobili, T.I.R., schede telefoniche, documenti e denaro – composta da un’articolata rete di cellule (agenti operanti singolarmente, in gruppi separati, ovvero in maniera complementare tra loro), finalizzata alla commissione a scopo di lucro di una serie indeterminata di delitti di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina di cittadini stranieri (e, in particolare, di cittadini siriani, iracheni ed iraniani) dai Paesi di origine all’Europa, attraverso le frontiere italiane. In relazione a tale procedimento è stata formulata richiesta di rinvio a giudizio, accolta dal G.U.P.

Nel settore del contrasto patrimoniale alla criminalità organizzata, la DIA segnala che nell’ambito dell’operazione “Serpe” (che ha portato alla condanna di 25 soggetti per associazione mafiosa) sono state richieste n. 10 misure di prevenzione di cui 6 personali e patrimoniali e 4 solo personali. Anche nel Veronese, vengono segnalati dalla G.di F. gli esiti di significativi approfondimenti investigativi sul tenore di vita e sul patrimonio nei confronti di soggetti operanti nel territorio emiliano, quale propaggine della locale di riferimento di Cutro (KR) – ‘ndrina GRANDE ARACRI, coinvolti nell’operazione convenzionalmente denominata “Aemilia”, coordinata dalla Procura della Repubblica di Bologna – Direzione Distrettuale Antimafia, che ha riguardato in parte anche il territorio veronese. Tale attività, nel mese di giugno 2015, aveva già portato alla richiesta di applicazione di misure di prevenzione patrimoniali nei confronti di uno dei soggetti arrestati per un valore complessivo di circa 8 milioni di euro. Nel mese di aprile 2016 veniva inoltrata un’ulteriore richiesta di applicazione della misura di prevenzione patrimoniale prevista dall’art. 20 del D.Lgs. 159/2011, per un valore complessivo pari ad euro 2.561.500, corrispondente a quello stimato per i seguenti beni, direttamente o indirettamente riconducibili al proposto:
– 77 immobili per un valore complessivo pari ad euro 2.437.500;
– quote societarie per un valore nominale pari ad euro 110.000;
– 2 autoveicoli per un valore complessivo pari ad euro 14.000.

Rischio terrorismo in agguato
Per quanto attiene a reati di terrorismo si evidenzia come nel Distretto della Procura di Venezia la situazione dell’antiterrorismo presenti, ormai da tempo, spunti di interesse investigativo di grande rilevanza. La presenza di immigrati provenienti da diverse aree geografiche ma tutti accomunati dal professare la religione islamica, anche nelle forme dell’integralismo, ha dato vita ad un’intensa e coordinata attività di monitoraggio, su tutto il territorio distrettuale, di diversi soggetti ritenuti di interesse investigativo sia per i loro legami e frequentazioni di centri culturali islamici e di imam di manifeste idee jihadiste sia per le idee integraliste e filo jihadiste che, in diversi contesti ed occasioni, gli stessi hanno manifestato. In particolare, sono state avviate importanti indagini nei confronti sia di soggetti di origine nord africana sia di soggetti di nazionalità balcanica, tutti aderenti all’Islam radicale. Si segnala il procedimento penale n. 11182/15/44, iscritto in relazione ai fatti di terrorismo verificatisi il 13 novembre 2015 presso il Teatro Bataclan di Parigi, per i quali ha perso la vita Solesin Valeria. Il fascicolo è stato poi trasmesso al Ministero della Giustizia per l’invio all’Autorità giudiziaria francese tramite Eurojust. Per quanto attiene all’attività statistica della DDA di Venezia, nel periodo qui considerato sono state avanzate 20 richieste di misure cautelari e 15 richieste di rinvio a giudizio. In materia di terrorismo sono state avanzate 4 richieste di custodia cautelare e 5 richieste di rinvio a giudizio.
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