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Grandi opere & arresti eccellenti

4 giugno 2014, di Antonio Candiello

E’ la morale delle grandi opere nel nostro martoriato Paese: più grandi sono, più sono veicolo per illeciti interessi. Bisogna ripartire da piccole cose, condivise con la cittadinanza, comprensibili e ben spiegate. E non nascondersi con le complessità tecniche: la tecnica deve essere amica, non una barriera opaca alla comprensione.
#ripartiamosenzaombre

Nel modello finora dominante a Venezia tutto è sempre “grande”, troppo grande:
– grandi, faraoniche, opere idrauliche, come il Mose, con spese che si misurano in miliardi di euro;
– un turismo invadente, massificato, con decine di milioni di turisti, con le grandi ed invadenti navi passeggeri che entrano fino all’interno di Venezia;
– produzioni industriali ad elevati volumi e basso valore aggiunto, petrolio, chimica ed energia, che hanno lasciato e tuttora lasciano profondi segni nei suoli, nelle acque e nell’aria;
– una logistica portuale e stradale, anch’essa troppo grande per questa città;
– centri commerciali sempre più grandi (ultimo, la “Nave de Vero”), che demoliscono il piccolo commercio e modificano (in peggio) le abitudini dei consumatori.

Questa rincorsa al grande ha causato e sta causando gravi danni di ordine ambientale, sociale, economico. Ma ha anche portato un altro, più subdolo, impatto: la contaminazione delle nostre classi dirigenti, troppo esposte a grandi tentazioni, e la distorsione del sistema economico veneziano, ormai totalmente dipendente dalla politica per i suoi bisogni.

Ripeto: più grandi sono, più le opere sono veicolo per illeciti interessi. Bisogna ripartire da piccole cose, condivise con la cittadinanza, comprensibili e ben spiegate. Bisogna riportare i cittadini al centro, a capire ogni opera, a condividerne (o meno) le scelte, a riprendersi in mano la propria città.

Assemblea Permanente contro il rischio chimico