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Sul Palais Lumière, il FANTAOGGETTO.

Dal sito “Venezia in comune – cultura e iniziativa politica”

Se non fosse per il percorso istituzionale, che da solo consegna alla proposta di Pierre Cardin la patente di autenticità, verrebbe da dubitare della coerenza e della credibilità del progetto di Palais Lumière. Difficile, infatti, trovarcele davvero: che senso ha, intanto, posizionare un edificio iconico di quelle dimensioni vicino alla città più iconica del mondo? Non temiamo la dissonanza, da sempre nel DNA di Venezia. Temiamo la fagocitazione di un’immagine urbana che, se è antica, è tuttora la più innovativa tra quelle delle città del mondo. Palais Lumiere le scaraventa addosso un’overdose di gigantismo novecentesco, già obsoleto, qui, prima di nascere.
Oggi Venezia soffre un rapporto conflittuale tra la sua unicità e l’aggressione di ciò che la colpisce ormai strutturalmente, come il turismo incontrollato, le grandi navi, lo stravolgimento dell’equilibrio idrodinamico, le smisurate manipolazioni del bacino lagunare e del territorio circostante.
L’edificio di Cardin, se realizzato, diventerebbe il più alto d’Italia. Il punto è che tale edificio assume rilevanza solo se fatto qui, vicino a Venezia. Nel mondo edifici così alti ormai sono la norma, dove però hanno un senso (La Defense a Parigi, Canary Wharf a Londra, il centro di Francoforte, per restare in Europa). Anzi, rispetto alle sfide lanciate in quei luoghi alla costruzione in altezza, è perfino piccolo. Quando sarà realizzato, entro il 2016, sarà solo il 21° edificio più alto d’Europa. Dunque nessun primato. Se non qui, dove non c’è concorrenza e potrà sfruttare la singolarità del luogo che lo ospita, il suo essere icona millenaria. Il regalo lo farebbe Venezia a Cardin, e non il contrario
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Ma c’è dell’altro: la corsa a dichiararlo “progetto prioritario regionale” e la velocità con la quale lo si porterà in approvazione in Consiglio Comunale, dopo che già la Provincia ha provveduto. E’ un metodo che non può essere condiviso, ma che si sta sempre più affermando e che consiste nel proporre un progetto (che sia una darsena da mille posti, la demolizione del monoblocco, l’alterazione di un edificio cinquecentesco o un fantaoggetto a Marghera) in deroga alle norme di piano vigenti e ai programmi dell’Amministrazione dicendo in sostanza “o così o niente, se volete i miei soldi dovete accettare le mie condizioni”. Prendere o lasciare.
Anche sulla questione dei finanziamenti, il progetto solleva nuovi forti dubbi. Un progetto di questo tipo, in qualsiasi parte del mondo, subisce verifiche e analisi di fattibilità serie e accompagnate da business plan approfonditi e dettagliati nei conti economici e finanziari. In questo caso, nulla di tutto questo. C’è la parola di un imprenditore che afferma: “i soldi li abbiamo”. In realtà, lo “studio di fattibilità” è solo una descrizione di “faremo, sarà, ci saranno” con qualche dato di massima per un totale di 1,357 milioni di euro in totale, molto lontani dai 2-3 mld sbandierati, ma pur sempre tanti. Difficile dire di no, di fronte alla mancanza di investimenti a Marghera, no? Falso anche questo.
Se si va a vedere quanto vale complessivamente l’Accordo di programma per la bonifica e la riqualificazione ambientale del sito di interesse nazionale di Venezia – Porto Marghera e aree limitrofe, su un totale di 2,67 mld di investimenti privati il Palais Lumière rappresenta solo la metà di quella cifra. Significa che già oggi Marghera conta investimenti privati per 1,3 miliardi di euro, impegnati da tanti diversi soggetti. Chi ha detto che, senza il Palais Lumière, Marghera non ha futuro?
L’edificio sarà alto 60 piani per uno sviluppo di 245 metri in altezza e avrà un base a terra di 30.000 m2 più circa 45.000 m2 dedicati a residenze private, 34.000 m2 di alberghi e 130.000 m2 di attivita` direzionali, commerciali, servizi, poli di ricerca applicata, centro congressi, centri di istruzione superiore e ristoranti. A queste superfici vanno aggiunti circa 4.000 posti auto e garage collocati nel basamento dell’edificio nei due piani interrati, 72 ascensori e 44.000 m2 di giardini pensili con relativi laghi e piscine, private e pubbliche. In totale si tratta di poco meno di
400.000 m2, almeno 1,4 milioni di metri cubi.
Dal punto di vista urbanistico si tratta di un peso che, se realizzato, sposterebbe tutti gli assetti della città e soprattutto farebbe deperire l’articolazione delle funzioni oggi presenti in particolare nelle parti centrali della terraferma. Se qualche operatore avesse proposto un decimo delle funzioni previste all’interno del fantaoggetto da qualche altra parte della città avrebbe avuto tutti contro.
Dal punto di vista delle ricadute economiche la sua realizzazione assorbirebbe tutte le potenzialità di una città come Mestre per i prossimi quindici anni e deprimerebbe qualsiasi altra iniziativa degli operatori locali.
C’è inoltre un effetto immobiliare non secondario. Realizzare un edificio così alto a Mestre o a Marghera significa vendere una veduta, un panorama, tra i più celebrati al mondo: Venezia. In termini economici si chiama esternalità. Vendo ciò che non è mio. Cardin regala un progetto per vendere ciò che non è suo, ma che un voto affrettato e poco ragionato potrebbe far diventare suo.
Un altro elemento critico è che di fronte alla presentazione di questo progetto, la sua collocazione ha avviato interessi speculativi sulle aree nelle quali dovrebbe sorgere, con preliminari di acquisizione già in atto e a quanto si sa in scadenza il 31 luglio, processo che sarà accentuato dalle procedure semplificate e accelerate della prevista conferenza di servizio.
Infine, una città alla quale viene fatta una “offerta che non può rifiutare” qualche domanda dal punto di vista politico e culturale dovrebbe porsela, tanto più Venezia. Invece il dibattito finora è stato frettoloso e scarno, anche sulle funzioni che questo edificio svolgerà per la città.
La questione è dunque delicata e cruciale. Tutti vogliamo la rinascita di Marghera e del nostro territorio intero, ma dobbiamo decidere di quale rinascita parliamo, a quale sogno o, meglio, progetto, desideriamo partecipare. Il rischio è che la realtà sia quella dell’ennesimo progetto che una volta partite le demolizioni si fermerà per mancanza di soldi. Il buco nel centro di Mestre, o quello nel centro del Lido, dovrebbero averci insegnato qualcosa. Dobbiamo avere il tempo di verificare nel dettaglio i progetti, discuterli con la città, con i cittadini, in modo approfondito e non con i tempi contingentati di una approvazione che avrà come effetto immediato, e probabilmente come solo effetto, far passare grandi quantità di danaro dalle tasche di Cardin a quelle dell’affollato mondo di coloro che si muovono intorno al progetto, dai proprietari delle aree, ai professionisti vari, senza la certezza della sua realizzazione
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Concludendo, il futuro di questa città lo vogliamo far disegnare e proporre sempre agli altri, o vogliamo provare ad essere tutti/tutte noi i protagonisti delle scelte?

Sul Palais Lumiere. Considerazioni e proposte dell’associazione In Comune


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