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Rifiuti, gli impianti al limite e le discariche si riempiono

Autorizzati trasferimenti in discarica a S.Urbano da Treviso, Belluno e Verona. Relazione di Arpav: «Cala lo spazio residuo. Inceneritori già al massimo»
Articolo pubblicato su “La Nuova di Venezia”, il 20 gennaio 2019 nella sezione Regione

Treviso. Il sistema di raccolta dei rifiuti del Veneto rischia di ingolfarsi. L’ipotesi, nella terra dove le quote del riciclo crescono di anno in anno pare un paradosso, ma ad instillare il dubbio sono gli stessi atti della Regione Veneto, incrociati con la relazione 2018 di Arpav, atti che autorizzano in emergenza il trasloco di oltre 40 mila tonnellate annue di rifiuti non riciclabili dalle province di Treviso, Belluno e Verona nella discarica padovana di Sant’Urbano, ed evidenziano un sistema «al limite».

Quote quasi raggiunte
Il quadro d’insieme è quello ben tratteggiato dall’agenzia regionale per l’ambiente l’anno scorso quando Arpav metteva nero su bianco come gli spazi disponibili nelle discariche venete (dove confluisce buona parte di quanto non riciclato) fossero in esaurimento: «Il volume residuo è in diminuzione di quasi il 16% rispetto all’anno precedente», scriveva l’agenzia. Tradotto? Si stanno riempiendo costringendo i gestori da un lato a spingere sulla differenziata, dall’altro a trovare soluzioni (e lo vedremo a breve). Una è il conferimento ai termovalorizzatori che funzionano perfettamente ma hanno un piccolo problema di prospettiva: «hanno complessivamente raggiunto quasi la potenzialità massima autorizzata» scrive ancora Arpav.

Tre emergenze
Se questo è il contesto, si pesa facilmente la criticità sottintesa – ma nemmeno tanto – nei tre decreti firmati dal presidente Zaia pochi giorni fa per risolvere le difficoltà nella gestione rifiuti di tre province venete: Treviso, Belluno, Verona. La prima, patria del «sistema modello» elogiato dai grillini ha raggiunto livelli di differenziata oltre l’80%, ma non ha discariche o termovalorizzatori per smaltire il secco. Quello che non ricicla, invia al “forno” di Padova che però per tre settimane è in manutenzione ed impedisce alla società trevigiana di smaltire tutto. Alternative? Come detto nessuna, se non chiedere alla Regione di portare tutto il rifiuto nella discarica padovana di S.Urbano (12.800 tonnellate annue da permesso accordato). Caso simile quello di Belluno. Anche lì non c’è termovalorizzatore e il sistema di discarica non basterà più quando l’impianto di Longarone verrà chiuso (a breve) e l’impianto di smaltimento di Cortina dovrà fare i conti «con l’aumento di secco prodotto dai mondiali di sci 2021» scrive la stessa Regione. Soluzioni? 6.500 tonnellate di secco tutte, ancora, a Sant’Urbano. E poi c’è Verona, l’emergenza che più chiaramente di tutte evidenzia il problema. Lì il gestore della discarica di Legnago ha stoppato ogni conferimento di ingombranti dal bacino Verona Nord e anche i conferimenti di secco della città di Verona «per salvaguardarne le volumetrie residue» (ricordate i dati Arpav?) e rispettare la capacità di discarica massima annuale autorizzata. Risultato? Il gestore ha chiesto di aumentare il tetto di rifiuto scaricabile a Legnago, la Regione ha concesso, nel frattempo, di portare l’eccesso fuori provincia. Dove? S.Urbano, che incasserà così altre 23.700 tonnellate veronesi di qui a giugno. In totale fanno oltre 40 mila tonnellate che finiranno nell’impianto padovano, definito «discarica tattica», ma si potrebbe definire discarica generale.

Siamo ai limiti?
«Limitata capacità di smaltimento del rifiuto urbano nella discarica provinciale», oppure «assenza di impianti di smaltimento in provincia», o ancora «scarsa disponibilità di trattamento degli impianti di incenerimento presenti sul territorio regionale». Sono tutte affermazioni che la Regione usa per giustificare il trasloco dei rifiuti a S.Urbano e scongiurare «il possibile insorgere di problematiche igienico-sanitarie» nelle altre province. L’imperativo è evitare qualcosa che somigli anche lontanamente al “caso Roma”, ma se gli inceneritori veneti sono quasi a livello di saturazione, e le discariche idem, per quanto si riuscirà? Alternative all’orizzonte paiono essere o l’aumento esponenziale della differenziazione e del riciclo, l’aumento delle capacità di stoccaggio delle discariche, o nuovi impianti.

Gestori alla finestra
Tra i responsabili delle aziende il problema è ovviamente noto, ma nessuno si sbilancia in soluzioni. Si lavora per ridurre la produzione di non riciclabile e non termovalorizzabile, ma all’orizzonte si vede la difficoltà. Venezia, chiuso l’inceneritore di Fusina, a livello di bacino si conferma quello con la produzione di rifiuto urbano maggiore (seguito da Vicenza e Brenta), lavora per recuperare energia dal secco ma deve fare i conti con la chiusura della discarica di Jesolo (satura).
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