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Marghera a 100 anni dalla sua fondazione: emendare il passato, gestire il complesso presente, costruire un futuro migliore

Articolo di Anthony Candiello, pubblicato nel periodico dell’ Università Popolare di Mestre Caleidos, numero 33, maggio-agosto 2018

A 100 anni della sua fondazione – il Centenario si è celebrato il 23 luglio 2017 – Marghera in una difficile fase di transizione. Negli ultimi vent’anni abbiamo visto di tutto: accordi di programma per la chimica, laboratorio di Nanotecnologia, incubatori di imprese, metadistretti digitali, intese per Marghera, Master Plan per le bonifiche, lavori sui marginamenti, definizione e ridefinizione del sito di interesse Nazionale (SIN), scambi di aree per la riconversione, progetti di riqualificazione con enormi parchi urbani, “patti” per Venezia e tante, tantissime dichiarazioni di intenti. Le bonifiche sono ancora al palo, di riconversione non vi è traccia, il parco scientifico Vega, deputato ad aggregare nuovi percorsi di sviluppo, non ha soddisfatto le premesse, il capitolo nanotecnologie è stato chiuso definitivamente. La mappa in figura sotto può aiutare a comprendere il complesso (e disordinato) processo di cambiamento in atto nell’area. Si affaccia invece, su un piano più positivo, la prospettiva di un insediamento del Competence Center Triveneto “Industria 4.0”.

Mappa Porto Marghera 2018_2

La difficile costruzione di una nuova identità per Marghera

La relazione della Commissione parlamentare d’inchiesta(1) ha certificato che l’intervento di marginamento – premessa essenziale per le bonifiche – è ben lungi dall’essere completato, nonostante i quasi 800 milioni di euro già spesi, risultando incompleto per diverse migliaia di metri nelle aree più difficili, con palancolature in diversi casi compromesse ed arrugginite.

Gli interventi di messa in sicurezza sono molto costosi. Leggiamo sulla relazione, a pagina 50: “Per i marginamenti delle macroisole di Porto Marghera, sinora, lo Stato ha sostenuto la spesa complessiva di 781.635 milioni di euro, con la realizzazione di circa il 94% delle opere previste sicché mancano circa 3-3,5 Km di marginamenti e di rifacimento delle sponde, da eseguire o ancora in corso di realizzazione.” “… su 41.919 metri totali di marginamenti necessari… ne erano stati realizzati, o erano in corso di realizzazione, 39.544 metri.

Ancora: “[…] a fronte di un 5/6% di opere ancora da eseguire, per il completamento dei marginamenti lagunari, occorre la complessiva somma di circa 250 milioni di euro, pari ad oltre il 30% di quella sinora sostenuta dallo Stato, per realizzare 95% delle opere ad oggi eseguite. […] Tale Picco di spesa finale si spiega con la lievitazione dei costi, determinata dal fatto che i marginamenti da completare e rifinire sono quelli più complessi.”

Con il risultato che:

  • le sostanze tossiche contenute nei terreni contaminati continueranno a percolare in laguna ed in falda fino a che non si porrà rimedio;
  • le opere mancanti, pur essendo solo 5% in quantità, richiedono ancora ingenti risorse economiche;
  • fino a che non sarà messa in sicurezza l’area non potrà attrarre investimenti necessari alla riconversione ed a ripartire con sviluppo ed occupazione.

Non solo: non è neppure iniziato il retro-marginamento, tanto che la Regione ha ritenuto di transare(2) per ben 56 milioni di euro con il concessionario Società Integrata Fusina Ambiente (SIFA), di fatto prorogando a data da destinarsi l’importante progetto di riqualificazione “Moranzani” che prevederebbe ben 200 ettari di parchi(3).

Emerge pertanto una consistente difficoltà del più volte auspicato processo di riconversione di Porto Marghera, in relazione al quale si registra la contraddizione tra le affermazioni – tutte tese a perseguirlo – e le azioni, che spesso sembrano andare nella direzione opposta.

Nel frattempo alcuni gravi di servizi con altissime colonne di fumo nero, alcuni incidenti e persino un allarme radioattività hanno preoccupato la popolazione.

Attivazione torce di emergenza – Ad aprile 2017 (con simili accadimenti occorsi a novembre 2016 e ad agosto 2016) si sono registrati importanti di servizi dell’impianto Versalis di produzione di etilene e polietilene, risultanti in vistosi ed impattanti effetti in termini di inquinamento(4): la colonna fumogena si vedeva fino ad oltre Vicenza. Con un ritmo di circa 100 tonnellate all’ora nelle fasi iniziali, la quantità di idrocarburi immessa complessivamente in torcia nell’evento ha quasi raggiunto l’ordine di grandezza di 1000 tonnellate, con le conseguenti emissioni in atmosfera. Per fare un confronto, è come se avessimo preso 100.000 auto e avessimo fatto percorrere a ciascuna 100 km.

Allarme radioattività – Durante la fase di scarico da una nave di 26 container contenenti bauxite diretti ad alcune fonderie del nord, al Molo A gli operatori si sono accorti di livelli eccessivi di radioattività ed hanno dovuto attivare l’allarme coinvolgendo i reparti specializzati dei vigili del fuoco(5).

Incendio magazzino ingombranti – E’ di giugno 2017, invece, lo spaventoso incendio nel magazzino di Veritas a Fusina(6), che ha visto andare a fuoco in maniera incontrollata alcune centinaia di tonnellate di “ingombranti”, ovvero materassi, mobili e altri materiali di grandi dimensioni, con volute di fumo nero che sono continuate per molte ore in condizioni meteorologiche stazionarie, quindi meno favorevoli alla dispersione degli inquinanti. L’evento si raggiunge alla lunga lista di incendi che hanno coinvolto il settore dei rifiuti, soprattutto nel nord Italia. Il magazzino Veritas è adiacente ai depositi petroliferi di Decal. La vicinanza è significativa,  poiché proprio in quell’area Decal e San Marco Petroli progettano di collocarvi un deposito di Gas Naturale Liquefatto (GNL) da ben 32.000 metri cubi. Il GNL consente di comprimere il gas naturale di ben 600 volte, fatto che ne consente l’uso per modelli avanzati è più sostenibili di mobilità navale, ma pone alcune forti preoccupazioni alla cittadinanza per quanto riguarda il rischio di incidenti c.d. fireball, ovvero “a palla di fuoco”, stante la vicinanza ai centri abitati(7).

Inceneritore – E’ di settembre 2016 il durissimo scontro tra comitati cittadini e l’azienda Veritas nel momento in cui era emersa la possibilità di attivare, proprio a Fusina, un inceneritore di rifiuti urbani. Il progetto era stato presentato da parte dell’ATI nel processo di acquisizione delle quote della controllata Ecoprogetto(8). Le voci si sono rincorse per alcune settimane con ipotesi persino di un revamping del famigerato inceneritore industriale SG31, poi, per fortuna, Veritas ha dichiarato di non voler realizzare il progetto.

Emergenza pm10 Nox e ozono – Non bastasse ciò, va ricordata la situazione di emergenza che si ripete sistematicamente ogni anno per quanto riguarda PM10 e NOx d’inverno e, per l’ozono, d’estate. Sono diversi anni che a Marghera si registrano superamenti della soglia consentita di PM10 (50 microgrammi/metro cubo) nell’ordine di 90 su 35 ammessi; soglia che non solo viene superata per quasi un quarto dei giorni dell’anno ma risulta quintuplicata in diverse situazioni quando si raggiungono i livelli massimi. Per quanto riguarda gli ossidi di azoto (NOx) il superamento dei limiti consentiti e anche più subdolo, in quanto oltre certi livelli l’effetto sanitario non si misura in giorni ma in ore. Negli ultimi giorni di giugno si è poi registrata l’emergenza ozono troposferico, assai rischiosa nelle ore più calde per le categorie a rischio.

È possibile cambiare direzione? Quale può essere un percorso adeguato per  traghettare Marghera verso modelli più sostenibili di sviluppo? La risposta è nota da tempo e si condensa in una grande parola: innovazione. Vediamo in seguito con quali esiti e con quali prospettive.

I passaggi alterni nell’innovazione: da Veneto Nanotech e Vega fino a industria 4.0

Veneto Nanotech nasce nel 2003 “con l’obiettivo di creare eccellenza internazionale nell’ambito della ricerca, favorire l’applicazione delle nanotecnologie e sviluppare nuove imprese nel settore di focalizzazione” e riceve una con cofinanziamento comunitario FESR per il Laboratorio Nanotecnologie e la ristrutturazione della Torre Hammon. A fine 2005 nasce Nanofab Scarl che beneficia di un investimento iniziale di più di 25,5 milioni di euro. Nel periodo di massima espansione la struttura ha coinvolto quasi 80 collaboratori, articolandosi in diverse sedi tra Venezia (Nanofab), Padova (LaNN), e Rovigo (Ecsin). Senza contare la sede amministrativa, in una quarta sede, a Padova. Questa espansione, secondo molti commentatori più collegata alle “logiche del campanile” tipicamente venete, ma non sostenuta dal aumento di contratti con i privati, sarà uno dei motivi che porteranno a dissesto.

Nel tempo viene meno l’equilibrio finanziario e la stretta relazione con l’ospitante Parco Scientifico Vega, anch’esso in difficoltà finanziarie, si compromette. Con la definitiva chiusura a dicembre 2015 di Veneto Nanotech, il modello di sviluppo fino a qui gestito, che prevedeva un “salto in avanti” con la nanotecnologia, si interrompe. Il “caso” Veneto Nanotech e la metafora di un percorso di innovazione desiderato, finanziato, ma non sostenuto dalle azioni di contorno e poi naufragato, anche per la difficoltà di aggregare in questi processi gli attori industriali del territorio.

Per quanto riguarda il Vega, nonostante le risorse finanziarie profuse nei circa vent’anni di attività e le grandi opportunità offerte sinergicamente dai processi di riconversione di Porto Marghera e dalla favorevole localizzazione, prossima a Venezia, con tutte le sue attrattività, gli effetti in termini di incubazione di aziende e creazione di lavoro sono stati ampiamente al di sotto delle aspettative. Con l’aggravante di aver lasciato un insieme di passività che gravano sulla struttura pari a un 15 milioni di euro(9). Nello stesso periodo si sono invece molto sviluppate realtà nordeuropee come l’IMEC belga (nato anch’esso 20 anni fa, ora occupa direttamente oltre 3000 ricercatori, tutti nelle tecnologie avanzate, e ha rovesciato il modello di finanziamento pubblico/privato dall’80/20 iniziale all’attuale 20/80, grazie ai proventi da brevetti e consulenze per le aziende), i Carnot francesi e i Fraunhofer tedeschi, esempi da manuale di una ricerca applicata a metà tra industria e università.

Ora nell’ambito del piano nazionale per “Industria 4.0” presentato circa un anno fa, si prospetta una seconda occasione che andrà gestita con la massima attenzione e mobilitando le migliori professionalità. E’ stato infatti appena pubblicato(10) il bando per i 4-7 Competence Center italiani che potranno usufruire di un significativo contributo del MISE (sono allocati 40 milioni di euro complessivi) a sostegno dell’innovazione nell’area di insediamento. Dopo tanti anni di assenza di una concreta politica industriale, un grande piano di sostegno all’evoluzione tecnologica del modello industriale è un segnale senz’altro positivo. Con il modello Industria 4.0 significative dosi di tecnologie digitali potranno aiutare le imprese italiane (incluse le PMI) a conseguire ulteriori livelli di efficienza e di automazione “intelligente” e a proiettarsi verso produzioni a maggior valore aggiunto.

Un progetto comune per un Competence Center vedi insieme le università Trivenete: Padova (capofila), Verona, Ca’ Foscari e IUAV di Venezia, Trento, Bolzano, Udine e Trieste, coinvolgendo anche la Scuola Superiore di Studi Avanzati (Sissa). Il progetto è focalizzato:

  • su quattro settori fondamentali del Made in Italy ovvero automazione, abbigliamento, arredamento e agroalimentare
  • sulle tecnologie c.d. “SMACT”, Social media, Mobile Analytics & big data, Cloud, Internet of Things. Sono previsti tre laboratori: il demonstration lab per dimostrazioni, sensibilizzazione e formazione, il co-design lab con il coinvolgimento di reicercatori e imprese e il transformation lab, con un ruolo fondamentale dei provider

La sfida è notevole attivare è rendere rapidamente operativa una infrastruttura di innovazione strategica in grado di catalizzare quella evoluzione tecnologica di cui il Nord Est manifatturiero ha un grande bisogno per consolidare la competitività dell’area. La sede proposta per il Competence Center triveneto è il Parco Scientifico e Tecnologico Vega, a Marghera. Riconoscendo implicitamente a Marghera un ruolo chiave per innescare una trasformazione strutturale di tutta l’area triveneta.

 

Note:

(1) Cfr. Doc. XXIII n.9, 2015, http://www.senato.it/leg/17/BGT/Schede/docnonleg/31728.htm

(2) Cfr. DGR n.2015 del 06 dic 2016, http://bur.regione.veneto.it/BurvServices/pubblica/DettaglioDgr.aspx?id=337611

(3) Cfr. “Cancellati 200 ettari di parchi urbani”, G. Favarato, La Nuova Venezia, 5/1/2017

(4) Cfr. “Petrolchimico, emergenza finita ma restano le preoccupazioni”, G. Favarato, La Nuova Venezia, 22/4/2017

(5) Cfr. “Allarme radioattività a Porto Marghera”, Corriere del Veneto, 8/5/2017

(6) Cfr. https://www.comune.venezia.it/it/content/incendio-impianto-veritas-fusina

(7) Cfr. “Mega deposito di gas liquido in laguna a Porto Marghera”, G. Favarato, La Nuova Venezia, 13/5/2017

(8) Cfr. “L’inceneritore? Una follia. Presidio di cittadini e comitati davanti alla sede Veritas”, Venezia Today, 29/9/2016

(9) Cfr. “Il Vega inverte la rotta e riduce il passivo”, G. Favarato, La Nuova Venezia, 10/5/2016

(10) Cfr.”Industry 4.0, come saranno i competence center: tutti i dettagli”, B.Weisz, AgendaDigitale.eu,28/1/2018

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