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Meno Tav, più cultura

Da “Il Fatto Quotidiano”, 20 giugno 2012, sezione AMBIENTE & VELENI, di Pino Petruzzelli

Non penso che tagliare fondi alla cultura porti frutti. Né ai cervelli, né alle tasche dei cittadini.

L’Italia non ha miniere o industrie tali da poter competere con altri Paesi, ma ha avuto una grande eredità: un patrimonio culturale e paesaggistico straordinario. Perché non farne il punto di forza della nostra economia? Possibile che i nostri musei non siano tra i primi dieci più visitati al mondo, nonostante l’altissimo numero di opere d’arte contenute? Possibile che si debbano lasciare a un infelice destino i nostri siti archeologici? Possibile che il nostro teatro debba oggi essere trattato come un ricettacolo di sfaticati costretti a elemosinare la sopravvivenza?

Perché non proviamo a guardarci intorno e a capire quali sono i reali punti di forza su cui provare a ripartire?

Su cultura e turismo si deve puntare per tornare a sperare. E per speranza intendo: agire, muoversi, rimboccarsi le maniche per migliorare la nostra capacità di creare un futuro ancora vivibile. Città come Venezia, Roma, Firenze, hanno il tutto esaurito in ogni momento dell’anno, ma in Italia ci sono anche altre città e paesi che potrebbero valere un viaggio. La valorizzazione del connubio turismo/cultura può incidere positivamente sulla disoccupazione, creando nuovi posti di lavoro.

La cultura e il turismo insieme muovono l’economia, ma, tanto a destra quanto a sinistra, si parla sempre di grandi Opere come uniche possibilità di creare lavoro e sviluppo (a proposito il termine sviluppo indica anche l’evolversi negativo di una malattia). Si è mai calcolato quanti soldi fa girare un museo, un sito archeologico, un gruppo musicale o una compagnia teatrale o di danza o un coro o un’orchestra? A fronte di minimi contributi pubblici, immensamente più piccoli rispetto a quelli previsti per la Tav o per il ponte sullo stretto o per la Gronda a Genova, la cultura sarebbe in grado di assicurare molti più posti di lavoro e per molto più tempo.

Unendo poi gli incassi e gli sponsor privati, si potrebbero garantire nuovi posti di lavori a operatori culturali, personale interno a musei e siti archeologici, archeologi, restauratori, personale per la didattica, attori, registi, tecnici luci, tecnici audio, attrezzisti, macchinisti, personale di sala, personale di biglietteria, cassieri, sarte, falegnami, scenografi, costumisti, musicisti, direttori di sala, personale delle pulizie, impiegati, uffici stampa, direzione, traduttori, drammaturghi, ragionieri, commercialisti, responsabili di parchi, guardiaparchi. E poi l’indotto: ristoranti, alberghi, bar, negozi.

Quanti turisti stranieri potrebbero essere interessati a programmare le proprie ferie unendo bellezze naturali a musei, siti archeologici e spettacoli dal vivo.

Quanto lavoro si potrebbe creare investendo maggiori risorse nella cultura. Quanti nostri figli potrebbero trovare un lavoro pulito, a impatto ambientale zero e a crescita culturale mille. Eppure ci ostiniamo a credere che l’unico modo per uscire dalla crisi sia riprendere a consumare e a costruire. Continueremo a gettare sui nostri figli e sui figli dei nostri figli, colate di cemento e di debiti a cui la nostra generazione non ha saputo porre nessun tipo di freno.

Non abbiamo bisogno di tre telefonini a testa o di grandi Opere, ma di ampi orizzonti. Abbiamo bisogno di provare a fare cose non diverse da ciò che diciamo e pensiamo, soprattutto in campagna elettorale.

“A pensare a grandi cose” mi disse un giorno un amico ignorante “non faremo nemmeno le piccole.”
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